Linee guida per la famiglia

Linee guida per promuovere interventi per e con le famiglie presso le Caritas diocesane e i Centri d’Ascolto
Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia

Sintesi

  1. Introduzione

Caritas Italiana ha avviato in collaborazione con il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel febbraio 2013 una ricerca-intervento finalizzata a realizzare una ricognizione degli interventi attuati dalle caritas diocesane per e con le famiglie. A partire dai risultati della ricerca è emersa la necessità di tracciare alcune linee guida per orientare l’azione di chi opera nei Centri d’Ascolto e7o progetta attraverso i fondi CEI 8×1000. Se l’obiettivo generale della ricerca è consistito nel promuovere in modo indiretto (la ricerca) e diretto (formazione) la capacità di progettare e realizzare azioni efficaci di promozione delle relazioni familiari e di contrasto alla loro diffusa fragilità, con le Linee Guida si vogliono offrire alcune indicazioni utili per promuovere interventi per e con le famiglie. Nella prima parte si riporteranno, in modo molto sintetico, alcune chiavi di lettura per comprendere quali sono i caratteri che un intervento oggi deve presentare per essere efficace. Nella seconda parte, si formuleranno alcune domande che gli operatori possono porsi, per verificare come si colloca la loro azione rispetto a questo modello.

  1. Perché promuovere un modello familiare di interventi e i servizi promossi dalle caritas

Quali caratteristiche deve possedere un buon servizio alla persona, sia che venga erogato da un soggetto pubblico che da uno di terzo settore?

Se si parte dal presupposto che il “problema sociale” è un problema di natura relazionale perché si dà quando viene meno o risulta insufficiente una capacità di azione della rete di relazioni a cui il soggetto appartiene, allora  deve essere “relazionale” anche la soluzione da adottare per superarlo(Folgheraiter 2000; 2007).

Gli studi e le ricerche più recenti mettono in evidenza la necessità di superare sia l’ottica assistenzialistica, che vede i destinatari degli interventi come soggetti passivi portatori unicamente di problemi, sia l’ottica individualistica, che porta a rivolgere la propria attenzione e azione al singolo, ignorando la rete di relazioni, in primis familiari, nelle quali è implicato.

La direzione verso cui bisogna andare è l’empowerment relazionale.

Ogni intervento o servizio alla persona ha, infatti, come obiettivo quello di promuovere il benessere di un destinatario. E lo star bene – il benessere – è il frutto di una combinazione assolutamente personale e non standardizzabile di soluzioni ai propri problemi quotidiani, che solo i soggetti sono in grado di definire: per questo essi sono i maggiori “esperti” del benessere a cui aspirano e anche i più interessati a promuoverlo. Un servizio alla persona allora deve riuscire a coinvolgere attivamente i soggetti destinatari. Da questo punto di vista, bisogna progressivamente superare ogni forma di assistenzialismo, a vantaggio di strategie che valorizzino l’apporto attivo e la responsabilizzazione degli utenti.

Oltre a ciò, va considerato che la possibilità di raggiungere una condizione di benessere non dipende solo dall’individuo, ma è necessario che le persone in relazione con lui si comportino in modo facilitante: tutti devono collaborare a un benessere delle relazioni in cui sono implicati, a partire da quelle familiari, in quanto il benessere personale deriva da una strategia cooperativa. Nella progettazione dei servizi alla persona va assunto come punto di vista quello delle relazioni familiari: un servizio alla persona deve sempre tenere in considerazione, oltre alla persona, le sue reti di relazione familiari. Avere quest’attenzione significa intendere i problemi e le relative soluzioni come concernenti una rete di relazioni, che deve essere rafforzata e supportata affinché a propria volta rafforzi e supporti i singoli individui che ne fanno parte.

È questa la ragione per cui la personalizzazione dei servizi richiede essenzialmente la loro familiarizzazione, ovvero la necessità di erogare l’intervento secondo uno stile quanto più possibile simile a quello che viene usato nell’ambito della cura esercitata in famiglia (Carrà, 2003).

Se la progettazione e realizzazione dei servizi alla persona segue questa logica, sarà inevitabile prendere atto di un altro aspetto fondamentale del benessere familiare: il fatto cioè che esso non è statico, cioè dato una volta per tutte, ma dinamico, perché è l’esito di una combinazione molto variabile di elementi che mutano secondo le fasi del ciclo di vita della famiglia, che si trova ad affrontare diverse transizioni, con livelli più o meno elevati di criticità (Rossi, 2010; 2012).

Seguendo questa logica, l’efficacia dei servizi alla famiglia va osservata non come relativa agli interventi presi singolarmente, bensì al loro intreccio, perché solo se l’intera rete dei servizi sarà in grado di supportare la famiglia in tutte le diverse transizioni, abbandonando logiche settoriali, si potrà dire di aver generato benessere familiare.

Da questo punto di vista, il benessere cresce quanto più l’intervento è personalizzato e flessibile (in altre parole, “familiare”), quanto più l’offerta di soluzioni è ampia e diversificata in modo tale da rispondere alle esigenze specifiche di ogni famiglia e di ogni fase del ciclo di vita familiare. Così, la produzione del benessere deve essere intesa come la promozione di un ruolo attivo delle famiglie nella sperimentazione di soluzioni vicine ai loro “mondi vitali”: il coinvolgimento delle famiglie e delle reti di famiglie nella progettazione e realizzazione degli interventi e dei servizi è quindi un fattore fondamentale nella produzione del benessere relazionale.

Si tratta, dunque, di rinunciare ad interventi totalmente sostitutivi, di tipo assistenzialistico, e di fornire gli strumenti idonei a valorizzare la capacità della famiglia di essere un’insostituibile unità di servizi primari personalizzati e flessibili, che aumenta la sua capacità di rispondere ai propri bisogni, mettendosi in rete con altre famiglie con le quali condividere risorse e competenze.

Servizi progettati e realizzati in questo modo danno attuazione al principio di sussidiarietà (Belardinelli, 2005). Com’è noto, tale principio se da una parte trattiene i soggetti pubblici dal prevaricare sulle capacità e competenze proprie dei soggetti della società civile, con interventi sostitutivi, dall’altra parte li obbliga a dotare tali soggetti delle risorse materiali e culturali sufficienti per attivarsi personalmente, nel caso esse siano carenti e rendano impossibile l’esercizio delle abilità naturali.

Per questo motivo la partecipazione dei soggetti del terzo settore e, in particolare, delle associazioni di famiglie alla progettazione e realizzazione dei servizi alla famiglia è oggi imprescindibile ed è il mezzo attraverso il quale le famiglie possono diventare veramente protagoniste secondo il principio di sussidiarietà: l’associazionismo familiare sta assumendo un ruolo e uno spazio sempre più rilevante nell’erogazione di servizi alla famiglia, perché si tratta di una tipologia di terzo settore che in modo non equivoco mette al centro la relazione familiare e i suoi bisogni del tutto specifici (Carrà, 2009; Boccacin, 2009).

  1. La familiarità: una qualità difficile da misurare

Le ricerche realizzate dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia hanno portato ad individuare in modo sempre più preciso i confini entro i quali si esplicita la “familiarità”: essa emerge intrecciando quattro dimensioni che si dispongono lungo un continuum (Carrà, 2009):

1) la presenza di famiglie tra i progettisti/realizzatori dell’intervento – possono essere individui singoli oppure famiglie;

2) il rapporto dei progettisti/realizzatori dell’intervento col bisogno a cui l’intervento risponde – possono essere o non essere portatori delle problematiche a cui l’intervento è diretto (per semplicità usiamo il termine prosumer, coniato dal sociologo Donati per indicare chi è contemporaneamente produrre e consumatore di servizi);

3) la mission – l’intervento può essere o non essere esplicitamente rivolto alle famiglie;

4) lo stile d’intervento – l’intervento può utilizzare un codice caritatevole‐assistenzialistico oppure strategie di empowerment che coinvolgono le famiglie‐utenti in modo attivo.

  1. In pratica: i criteri guida

È possibile riassumere alcune caratteristiche che vanno tenute presenti nel progettare/realizzare gli interventi secondo l’ottica promozionale/relazionale:

  1. Considerare i beneficiari come soggetti attivi, che vanno facilitati nel mettere in campo le loro capacità (logica delle capabilities → empowerment).
  1. Considerare i beneficiari non come individui, ma come persone al centro di una rete di relazione (magari povera, ma esistente) che va promossa e facilitata nel diventare rete di fronteggiamento naturale: per questo è necessario favorire negli operatori la formazione di competenze che li abilitino a “leggere” le reti, prima di tutto quelle familiari.
  1. Favorire la partecipazione diretta dei destinatari, insieme alle loro reti familiari, alla progettazione e realizzazione degli interventi, secondo una strategia di attivazione e coinvolgimento che evita il pericolo della dipendenza e della sudditanza.
  2. Focalizzare l’attenzione sulla famiglia, per promuovere un benessere di tipo relazionale.
  3. Favorire la cooperazione dei diversi attori del territorio già nella fase di progettazione degli interventi: questo implementa la condivisione della responsabilità rispetto al problema che si vuole affrontare, il riconoscimento reciproco e la costruzione di fiducia fra i diversi attori. Da questo deriva la necessità di promuovere fra gli operatori competenze sulla progettazione partecipata.
  4. Favorire la diffusione di una valutazione che non sia soltanto rendicontazione o misurazione dell’efficienza ed efficacia dell’intervento sul singolo, ma che sia in grado di misurare l’impatto sulla famiglia del soggetto: quanto più si riesce a promuovere la famiglia, tanto più essa agirà da rete di fronteggiamento naturale.
  5. Favorire la costruzione di capitale sociale nei territori: quanto più le iniziative sono capaci di promuovere la creazione di solidarietà e fiducia tra le persone, le famiglie, le comunità, tanto più esse saranno capaci di mobilitarsi per la soluzione dei problemi che in esse nascono. Occorre dunque abilitare gli operatori alla promozione della reticolarità solidaristica, abbandonando la logica della prestazione ed acquisendo la capacità di vedere e sostenere le relazioni. Occorre anche avere a disposizione strumenti di valutazione ex ante ed ex post che consentano una valutazione preliminare delle potenzialità reticolari di un progetto/iniziativa ed una valutazione conclusiva dell’effettivo capitale sociale creato/implementato.
  1. Come comprendere se un servizio/intervento è una “buona pratica” family friendly?

Domande per l’autovalutazione

La ricerca sui progetti 8×1000 e sui CdA ha applicato due modelli, elaborati dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia nel corso della lunga esperienza di ricerca sugli interventi e i servizi per la famiglia, che rispondono alla necessità di misurare la vicinanza/distanza rispetto ai criteri guida sopra elencati delle esperienze delle Caritas locali:

  • un modello finalizzato a rilevare la qualità relazionale”;
  • un modello finalizzato a misurare la familiarità.

Di seguito verranno proposte alcune domande da porsi per effettuare un’autovalutazione di quanto la propria azione sia in sintonia con i modelli.

Le domande potranno essere formulate:

  • al passato, per valutare interventi già realizzati;
  • al futuro, se si vuole misurare qualità relazionale e familiarità di ciò che ci si accinge a fare.

5.1 Qualità relazionale

Analizzare la qualità relazionale di un intervento o di un servizio significa:

[1] ANALIZZARE IL PROCESSO DI PROGETTAZIONE

  1. a) Interrogarsi circa gli attori coinvolti effettivamente nella progettazione:
  • Solo gli operatori
  • All’inizio gli operatori, successivamente anche i beneficiari
  • Fin dall’inizio operatori e beneficiari insieme
  • Solo i beneficiari
  1. b) Individuare i soggetti del territorio (enti pubblici, organizzazioni di volontariato, associazioni familiari, soggetti privati, ecc.) che sono/saranno coinvolti nella progettazione e la modalità del coinvolgimento

(partnership formale/informale).

  1. c) Per ciascun soggetto, chiedersi se:
  • Ha partecipato alla progettazione fin dall’inizio
  • È stato coinvolto nella progettazione solo in un secondo tempo
  • È stato coinvolto alla fine della progettazione per realizzare parte del progetto

[2] ANALIZZARE IL PROCESSO DI REALIZZAZIONE DELL’INTERVENTO

  1. a) Interrogarsi circa gli attori che hanno realizzato/realizzeranno l’intervento, verificando che siano stati coinvolti in modo attivo i destinatari e loro reti familiari
  1. b) Interrogarsi circa i soggetti (enti pubblici, organizzazioni di volontariato, associazioni familiari, soggetti privati, ecc.) che hanno contribuito/contribuiranno alla realizzazione dell’intervento, verificando se:
  • Hanno messo/metteranno a disposizione risorse (spazi, strumenti, …)
  • Hanno messo/metteranno a disposizione personale (operatori, …)
  • Ha identificato/inviato/identificherà/invierà i potenziali beneficiari
  • Ha partecipato/parteciperà alla realizzazione dell’attività
  1. c) Chiedersi se gli interventi hanno promosso/promuoveranno il rafforzamento/la costituzione delle reti di relazione dei destinatari
  1. d) Chiedersi se gli interventi hanno promosso/promuoveranno il coinvolgimento:
  • di altri soggetti della comunità ecclesiale
  • della comunità locale (quartiere, scuola, vicinato, ecc.)
  1. e) Interrogarsi su quanto l’intervento vada a incidere sul capitale sociale associativo e civico. Qui di seguito alcuni indicatori a questo scopo:
  • nascita di nuove forme di aggregazione tra organismi ecclesiali anche indipendentemente dal progetto
  • nascita di nuove forme di aggregazione tra soggetti del territorio (pubblici, ecclesiali, di terzo settore) anche indipendentemente dal progetto.

Uso degli indicatori di qualità relazionale nelle ricerche sui Centri d’Ascolto e sui Progetti 8×1000

I CdA si collocano a livello nazionale nella fascia medio‐bassa dell’indice di relazionalità: solo il 17,3% fa registrare un valore di relazionalità alto.
In generale i progetti 8×1000 si distribuiscono nella fascia medio-bassa dell’indice: il 55,8% ha infatti fatto segnare una relazionalità bassa, mentre il 40,6% una relazionalità media.

5.2 Familiarità

Analizzare la qualità familiare di un intervento significa:

  1. Chiedersi se nell’occuparci delle famiglie abbiamo tenuto/terremo conto e in che misura delle seguenti motivazioni:
  • offrire alle famiglie risorse economiche e materiali adeguate
  • potenziare le competenze delle famiglie in ambito educativo
  • offrire alle famiglie supporti adeguati di vario genere (escludendo i contributi economici) per poter affrontare i compiti di cura (verso i bambini, verso gli anziani, verso i membri malati o disabili, etc.
    • aiutare le famiglie a creare o rafforzare le reti di relazioni (amicali, di vicinato, di parentela, associative…) entro le quali possano trovare reciproco supporto
  1. Chiedersi a chi l’intervento è stato/sarà rivolto prevalentemente:
  • individui singoli (bambini, adulti, anziani, …)
  • più persone appartenenti alla stessa famiglia (genitori e figli; coppie; fratelli; nonni e nipoti…)
  • la famiglia nel suo insieme
  1. Chiedersi quanta importanza abbiamo attribuito/attribuiamo alla cooperazione di tutti i componenti della famiglia come strumento per rendere efficace il servizio/intervento
  1. Chiedersi quanta importanza abbiamo attribuito/attribuiamo alla cooperazione della rete di relazioni (di amicizia, di vicinato, di parentela) in cui la famiglia è implicata come strumento per rendere efficace il servizio/intervento
  2. Chiedersi se nel progettare il servizio/intervento sono stati/saranno considerati gli eventuali effetti positivi/negativi (impatto) sulla vita quotidiana di tutti i componenti della famiglia
  3. Chiedersi se le famiglie hanno partecipato/parteciperanno alla progettazione degli interventi
  4. Chiedersi se le famiglie hanno partecipato/parteciperanno alla realizzazione degli interventi
  5. Chiedersi se gli interventi hanno promosso/promuoveranno la costituzione di reti di relazione tra le famiglie
  6. Interrogarsi su quanto l’intervento vada a incidere sul capitale sociale familiare.

Qui di seguito alcuni indicatori a questo scopo. Se l’intervento deve essere ancora realizzato, è importante provare a misurarsi con questi aspetti, facendo delle ipotesi per ciascuna delle situazioni prefigurate:

  • Grazie agli interventi, più famiglie hanno chiesto/chiederanno aiuto per risolvere i loro
  • problemi
  • Grazie agli interventi, più famiglie hanno segnalato/segnaleranno altre famiglie bisognose di
  • aiuto
  • Grazie agli interventi, più famiglie si attivano/si attiveranno per rispondere ai propri bisogni
  • Grazie agli interventi, più famiglie si attivano/si attiveranno per rispondere ai bisogni delle
  • altre famiglie
  • Grazie agli interventi, ci sono/ci saranno più famiglie che si dedicano al volontariato
  • Grazie agli interventi, ci sono/ci saranno più famiglie che partecipano ad iniziative promosse
  • dalle parrocchie, da movimenti, da associazioni, ecc.
  • Grazie agli interventi, le famiglie hanno/avranno più fiducia nella possibilità di restare unite
  • Grazie agli interventi, le famiglie hanno/avranno più fiducia nella possibilità affrontare con
  • serenità gli impegni quotidiani
  • Grazie agli interventi, le famiglie ritengono/riterranno che la qualità della vita della comunità
  • territoriale in cui vivono sia migliore
  • Grazie agli interventi, sono aumentate/aumenteranno le relazioni tra le famiglie
  • Grazie agli interventi, sono nate /nasceranno nuove associazioni/reti familiari
  • Grazie agli interventi, è cresciuta/crescerà la sensibilità della comunità locale sui problemi delle famiglie

Uso degli indicatori di qualità familiare nelle ricerche sui Centri d’Ascolto e sui Progetti 8×1000

Più della metà (52,4%) dei progetti 8×1000 analizzati si colloca ad un livello medio di familiarità, il 28,1% a livello alto e il 19,5% a livello basso. Solo il 14,5% dei casi studiati si colloca nella fascia bassa di familiarità, mentre i restanti CdA si suddividono equamente tra la fascia media e la fascia alta di familiarità (42,7%).

 DA CONSULTARE: l’intervento di Caritas Italiana su “Carità e famiglia” emilia_romagna_26febb2016 Carità e famiglia

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